Il dono

L'oro dell'autunno

 

Una è in ombra

Come il pensiero

che sorreggeva il tuo

mentre il tuo

accompagnava il mio.

Una risalta di profilo

Come sorrisi

conservati al tempo

-Il tuo e il mio-

E l’uno guarda

al nuovo volto di un’idea

l’altro vede

la sorpresa di chi aspetta.

L’ultima risplende d’oro,

né mia, né tua

ma un dono

che portasti quando

ti accolsi nella mia terra

che bramasti quando

d’autunno

hai accettato i miei frutti.

E ciascuno ebbe ragione.

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Tempi moderni

Basta, ragliò er ciuccio, il vaso è pieno

so io che comanno in questa stalla

er bove, er porco e pure la cavalla

che sarebbero se io non porto il fieno?

Se nun ce penso io, qua nessuno magna

perciò portatemi riguardo e senza lagna.

 

Compare, je fece er cane, un momento

nun sai che a cercar corone pronte

te ritrovi a grattar le corna in fronte?

Nun fa pè te comannà, nun c’hai talento

specie adesso che il tuo prossimo gioco

è de finì su li carboni o er foco.

 

Pensi che portà fieno è sufficiente

a pijà pensione e er grado generale?

se non impari a legge er giornale

nun c’hai futuro e rimani incosciente

se l’economia dice “ costi troppo”

nun pensà e cambia servizio ar galoppo

 

Sarà, risponneva er ciucciarello

ma li conti non tornano pè gnente.

Ar padrone che comanna solamente

nessuno dice mai costi un macello;

me sa che cambia occupazione e viso

solo chi non ha santi in paradiso.

Matematiche notturne

Capita delle volte che il sonno, come per una sorta di capriccio, non spenga i miei pensieri immediatamente appena a letto ma solo dopo qualche minuto, solo dopo avermi permesso di controllare l’ora visualizzata dalla sveglia e di farmi sussurrare che è tardi. Forse troppo tardi. Ma siccome la mano della notte è una carezza materna, che fa delle illusioni prima sogni, poi idee e infine ambizioni, trovo il tempo, giusto qualche minuto, per aspirare ad afferrare i segreti dell’istante. Mi basta una cifra, una cifra soltanto, catturata dal display luminoso della sveglia sulla mensola. Poi solo una serie di istruzioni. Semplici. Ripetitive. Alla portata di chiunque ambisca a scoprire i segreti del tempo

Il tempo è matematico, lo sanno tutti, e per rendersene facilmente conto basta dare un’occhiata non superficiale alle cifre dell’ora visualizzate dalla sveglia digitale. Ogni cifra è composta da trattini e questo ogni persona accorta lo avrà notato; tuttavia a quanti sarà venuta l’idea di contare i trattini di un’ora particolare? Chi ha mai pensato, ad esempio, che i trattini che compongono le cifre dell’ora 1 : 06 sono 14?

Il numero 1 è fatto di due trattini, lo zero ne ha 6 e il 6 ha anche sei trattini: 2 + 6 + 6 = 14. Ma le cifre dell’ora non rappresentano solo trattini, esprimono numeri reali e poco importa che determinino una coordinata temporale dello spazio tempo locale. Uno, zero e sei sono anche numeri interi della retta dei reali e, non appena me ne rendo conto, torna di nuovo la voglia di sommarli: 1 + 0 + 6 = 7. Due numeri, 14 e 7, l’uno risultante dalla somma dei trattini e l’altro derivante dalla somma delle cifre; l’idea di scoprire il rapporto che all’una fa seguire l’altra o il legame che intercorre tra l’istante e la sua rappresentazione umana a questo punto diventa particolarmente seducente. Per soddisfare questa umanissima curiosità è sufficiente dividere la somma dei trattini per quella delle cifre: in questo caso otterremmo 14 : 7, che ovviamente fa 2.

Ma è solo questo il segreto di un istante? Si riduce a una somma di trattini da dividere per una somma di cifre? Certo che no, c’è dell’altro, molto altro, e se le ambizioni sono audaci occorrerà scoprire almeno un altro segreto. Prendiamo i trattini contati un attimo fa e questa volta moltiplichiamoli tra di loro. Avremo 2 x 6 x 6, che ovviamente fa 72;  allo stesso modo moltiplichiamo tra di loro le cifre trovate prima: se non teniamo conto dello 0, avremo 1 x 6 che dà ancora 6. Ancora due numeri, 72 e 6; cerchiamo il nesso che li lega insieme: dividiamo ancora il prodotto dei trattini per quello delle cifre: 72 : 6 = 12.

Come utilizzare i due numeri? Se disponessimo di un piano cartesiano e fissassimo sull’asse delle x il valore ottenuto dalla divisione delle somme di trattini e cifre mentre su quello delle y il valore della divisione dei prodotti di trattini e cifre, noteremo che ciascun minuto della notte si colloca in un punto ben preciso del piano. Guardando nell’insieme i punti trovati, ci si potrebbe divertire a controllare che forma assumono sul piano, magari una nuvola o chissà quale altro oggetto divertente. Si potrebbe persino pensare di contare tutti i punti individuati sul piano e verificare se si arrivi prima alla fine o se arrivi prima il sonno.

Nel mio caso vincerebbe facilmente il sonno: l’ordine del piano, così rigoroso e statico, morde la vivacità dell’idea con la noia. La caoticità di  una retta dove i punti del tempo, che torna su se stesso, possono proseguire avanti all’infinito e tornare indietro all’improvviso, si addice meglio ll’ordine del mio pensiero. Due numeri sono troppi per un segreto: preferisco racchiudere il segreto di un istante in una cifra sola, proprio come un pugno che, ben stretto, trattiene un solo granello di una clessidra. Un ultimo sforzo, un’ultima divisione, il numero più grande diviso quello più piccolo: 12 : 2 = 6.

Sei. Solo sei: non ho più bisogno di un piano, mi basta una sola retta per collocare tutti gli infiniti istanti della notte e per trovare lo spazio giusto per ogni istante. Ma questa è un’altra storia perché allora il sonno scende dalle vette più della notte e fa di ogni cifra, di ogni numero l’immagine più dolce di un sogno.

I segreti di un tempo

Cenere

Nasceva il mondo tenero bambino
feroce assassino
nasceva stordito guardava attorno a sé
dov’era la luce

Nasceva il mondo e anch’io ma tu
no, non c’eri ancora tu.
Credevo sognare guardavo perduto animali
sgozzarsi tra loro una musica dolce sembrava
un pianoforte che già c’era
tu ancora no tu no

Nasceva il mondo
guardavo le stelle e la luna
parevano piangere per quante stragi
l’uomo sotto commetteva
com’era possibile

Nascevo io e i popoli si massacravano
tu ancora non c’eri
s’inventavano i giochi s’illuminavano
le strade arrivavano inglesi americani
il jazz sostituiva il flamenco
ricostruivano strade e case
si spazzava la cenere a tonnellate
nasceva di nuovo il mondo

Tu ancora no

Nasceva il mondo l’amore con me
lasciavo case e nonni
L’Etna ricopriva ancora di cenere
appena spazzata le città, anche la mia
ma tu, tu non arrivavi
sbrigati ch’è tardi
come farò sennò ad amarti
se ancora tu, tu ancora non arrivi
Eppure si lasciavano dietro
ricordi di vite bruciate.
O soltanto uomini e donne e bambini
in cerca di cenere
per riavere qualcosa ch’era andato perduto.
Ma tu, tu dov’eri ancora?

Suonavo, suonavo per te, in attesa di te
anche ora che la luna non c’è
le note di piano prendevano strade e colori
coprivano il grigio del mondo
arrivavano stelle con ancora più luce

Appena bambino qualcuno mi disse
aspetta ancora un po’ studia le note
arriverà anche lei, ci sarai anche tu
ma tu, tu ancora non c’eri
ed io già vecchio di cent’anni
già ci pensavo tenendoti stretta

In silenzio un silenzio di note
sfiorate di dita che andavano
volavano per rendere dolci
l’immane tragedia che uccideva
milioni e milioni di persone così
per fare cenere per riscaldare.

Nasceva il mondo, dio, perché
nascere se tu ancora non ci sei?
Sarà tardi, troppo, sarà ormai troppo tardi
sarò cenere anch’io quando tu arriverai
si spezzeranno dita con la voglia di suonare
ma io ci sarò sempre ad amarti
a tenerti le dita fra le mani
anche quando il mondo si spezzerà
e luna e stelle e cielo andranno via
e noi con loro per sempre
e saremo solo cenere nel vento.

(Beppe Costa)